martedì 25 marzo 2014

Democrazia borghese e democrazia proletaria - Vladimir Lenin (1918) - (La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky)

La questione, imbrogliata da Kautsky in modo inaudito, si presenta in realtà come segue.
Se non si vuole prendere in giro e il buon senso e la storia, è chiaro che è impossibile parlare di «democrazia pura» finché esistono differenti classi; si può parlare unicamente di democrazia di classe. (Sia detto tra parentesi: «democrazia pura» è non solo una frase da ignoranti, che rivela l'incomprensione sia della lotta di classe che dell'essenza dello Stato, ma è anche tre volte vuota di senso; perché nella società comunista la democrazia, rigenerandosi, trasformandosi in un abito, si estinguerà, ma non sarà mai democrazia «pura»).
«Democrazia pura» è la frase menzognera del liberale che vuol trarre in inganno gli operai. La storia conosce la democrazia borghese che prese il posto del feudalismo, e la democrazia proletaria che prende il posto di quella borghese.
Kautsky dedica decine di pagine alla «dimostrazione» di una verità: che la democrazia borghese è progressiva in confronto al Medioevo, e che il proletariato la deve necessariamente utilizzare nella sua lotta contro la borghesia; ma si tratta appunto di una chiacchiera liberale, destinata ad abbindolare gli operai. Non solo nella colta Germania, ma anche nell'incolta Russia questo è un truismo. Kautsky non fa altro che gettare polvere «erudita» negli occhi degli operai parlando con aria d'importanza di Weitling e dei gesuiti del Paraguay e di molte altre cose per non parlare della sostanza borghese della democrazia odierna, cioè capitalistica.
Kautsky prende del marxismo ciò che è accettabile per i liberali, per la borghesia (la critica del Medioevo, la funzione storica progressiva del capitalismo in generale e della democrazia capitalistica in particolare), e getta a mare, tace e nasconde tutto ciò che del marxismo è inaccettabile per la borghesia (la violenza rivoluzionaria del proletariato contro la borghesia per l'annientamento di quest'ultima). Ecco perché, per la sua posizione oggettiva, qualunque possa essere la sua convinzione soggettiva, Kautsky è inevitabilmente un lacchè della borghesia.
La democrazia borghese, benché sia stata un grande progresso storico in confronto al Medioevo, rimane sempre — e sotto il capitalismo non può non rimanere — limitata, monca, falsa, ipocrita, un paradiso per i ricchi, una trappola e un inganno per gli sfruttati, i poveri. Questa verità, che costituisce la parte essenziale della dottrina di Marx, non è stata capita dal «marxista» Kautsky. E, trattando questa questione fondamentale, Kautsky dice cose che fanno «piacere» alla borghesia, invece di fare una critica scientifica delle condizioni che di ogni democrazia borghese fanno una democrazia per i ricchi.
Ricordiamo anzitutto al dottissimo signor Kautsky le enunciazioni teoriche di Marx e di Engels, che il nostro erudito (per far piacere alla borghesia) ha vergognosamente «dimenticato», e poi illustreremo la questione in modo molto elementare.
Non solo lo Stato antico e lo Stato feudale, ma anche «lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale» (Engels nel suo scritto sullo Stato [8]). «Non essendo lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per tener soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno "Stato popolare libero" è pura assurdità: finché il proletariato ha bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere» (lettera di Engels a Bebel del 28 marzo 1875). «Lo Stato non è in realtà che una macchina per l'oppressione di una classe da parte di un'altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia» (Engels nella prefazione della Guerra civile in Francia di Marx). Il suffragio universale è «l'indice della maturità della classe operaia. Non può essere e non sarà mai nulla di più nello Stato attuale» [9]. (Engels nel suo scritto sullo Stato. Il signor Kautsky rimastica in modo straordinariamente noioso la prima parte di questa tesi accettabile per la borghesia. Sulla seconda parte, che è stata da noi sottolineata e che è inaccettabile per la borghesia, serba il silenzio!).

    La Comune non doveva essere un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo... Invece di decidere una volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante doveva mal rappresentare (ver und zertreten) il popolo nel parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni, così come il suffragio individuale serve a ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda (Marx nella sua opera sulla Comune di Parigi: La guerra civile in Francia, capitolo terzo).
Ognuna di queste tesi, tutte ben note al dottissimo signor Kautsky, è per lui uno schiaffo in pieno viso, smaschera in pieno la sua abiura. In tutto il suo opuscolo non si trova un briciolo di comprensione di queste verità. L'intiero contenuto del suo libro è una caricatura del marxismo!
Prendete le leggi fondamentali degli Stati moderni, i loro apparati governativi, prendete la libertà di riunione o di stampa, la «eguaglianza dei cittadini davanti alla legge», e troverete ad ogni passo l'ipocrisia della democrazia borghese, ben nota ad ogni operaio onesto e cosciente. Non vi è un solo Stato, anche il più democratico, nella cui Costituzione non esistano scappatoie o clausole che assicurano alla borghesia la possibilità di procedere manu militari contro gli operai, di dichiarare lo stato di assedio, ecc. «in caso di perturbazione dell'ordine pubblico», in realtà nel caso in cui la classe sfruttata «turbi» il proprio stato di schiavitù o tenti di agire come una classe non schiava. Kautsky inorpella spudoratamente la democrazia borghese, tacendo, per esempio, quanto la più democratica e più repubblicana borghesia dell'America e della Svizzera fa contro gli operai in sciopero.
Oh! il saggio e dotto Kautsky tace tutto ciò! Questo dotto uomo politico non comprende che tale silenzio è un'infamia e preferisce raccontare agli operai delle favolette come quella che democrazia significa «tutela della minoranza». È incredibile, ma vero! Nell'anno di grazia 1918, nel quinto anno della carneficina imperialista mondiale e della repressione delle minoranze internazionalistiche (che non hanno cioè commesso il vergognoso tradimento contro il socialismo perpetrato dai Renaudel, dai Longuet, dagli Scheidemann, dai Kautsky, dagli Henderson e dai Webb, ecc.) in tutti «i paesi democratici» del mondo, il dotto signor Kautsky decanta con voce melliflua la «tutela della minoranza». Chi lo desidera, può leggerlo a p. 15 dell'opuscolo di Kautsky. E a p. 16 questo dotto individuo vi parlerà dei whigs e dei tories nell'Inghilterra del diciottesimo secolo!
O erudizione! O raffinato servilismo di fronte alla borghesia! O maniera civile di strisciare sul ventre davanti ai capitalisti e di leccar loro i piedi! Se io fossi Krupp o Scheidemann oClemenceau o Renaudel, pagherei dei milioni al signor Kautsky, lo coprirei di baci di Giuda, ne vanterei i meriti davanti agli operai, raccomanderei l'«unità del socialismo» con uomini così «degni di stima» come Kautsky. Scrivere degli opuscoli contro la dittatura del proletariato, parlare dei whigs o dei tories nell'Inghilterra del diciottesimo secolo, affermare che democrazia vuol dire «tutela della minoranza» e tacere i pogrom contro gli internazionalisti nella «democratica» repubblica d'America, non sono forse questi servizi da lacchè resi alla borghesia?
Il dotto signor Kautsky ha con tutta probabilità «dimenticato», casualmente dimenticato, questa «inezia»: che in una democrazia borghese il partito dominante estende la tutela della minoranza unicamente a un altro partito borghese; al proletariato invece, in ogni questione seria, profonda, fondamentale, in luogo della «tutela della minoranza» si regalano lo stato d'assedio o i pogrom. Quanto più sviluppata è la democrazia, tanto più essa, in ogni profondo contrasto politico che minacci la borghesia, si avvicina ai pogrom o alla guerra civile. Il dotto signor Kautsky avrebbe potuto studiare questa «legge» della democrazia borghese durante l'affare Dreyfus nella Francia repubblicana, nel linciaggio di negri e di internazionalisti nella repubblica democratica d'America, negli esempi dell'Irlanda e dell'Ulster nella democratica Inghilterra, nella caccia ai bolscevichi e nell'organizzazione di pogrom contro di essi nell'aprile del 1917 nella repubblica democratica russa. Scelgo appositamente esempi non solo del periodo della guerra, ma anche dell'anteguerra, del periodo di pace. Al mellifluo signor Kautsky fa comodo chiudere gli occhi su questi fatti del ventesimo secolo, e raccontare invece agli operai cose sorprendentemente nuove, estremamente interessanti, straordinariamente ricche d'insegnamenti, incredibilmente importanti sui whigs e i tories del diciottesimo secolo.
Si prenda il parlamento borghese. Si può ammettere che l'erudito Kautsky non abbia mai sentito dire che la Borsa e i banchieri tanto più controllano i parlamenti borghesi quanto più fortemente è sviluppata la democrazia? Da ciò non si deve dedurre che non si debba utilizzare il parlamentarismo borghese (i bolscevichi l'hanno utilizzato con successo come forse nessun altro partito al mondo, giacché negli anni 1912-1914 hanno conquistato tutta la curia operaia della IV Duma). Ma ciò significa tuttavia che soltanto un liberale può dimenticare, come fa Kautsky, la limitatezza storica e il carattere contingente del parlamentarismo borghese. Nello Stato borghese più democratico le masse oppresse urtano ad ogni passo contro la più stridente contraddizione tra l'uguaglianza formale, proclamata dalla «democrazia» dei capitalisti, e le infinite restrizioni e complicazioni reali, che fanno dei proletari degli schiavi salariati.Appunto questa contraddizione apre gli occhi alle masse sulla putrescenza, la menzogna e l'ipocrisia del capitalismo. È appunto questa la contraddizione che gli agitatori e i propagandisti del socialismo rivelano alle masse, per prepararle alla rivoluzione. Ma quando l'era delle rivoluzioni è incominciata, Kautsky le ha voltato le spalle e si è messo a decantare le delizie dellamorente democrazia borghese.
La democrazia proletaria, di cui il potere dei Soviet è una delle forme, ha dato appunto alla stragrande maggioranza della popolazione, agli sfruttati e ai lavoratori, uno sviluppo e una estensione della democrazia finora mai visti nel mondo. Scrivere un intiero libro sulla democrazia, come ha fatto Kautsky, (che dedica due pagine alla dittatura e decine alla «democrazia pura») e non rilevare questo fatto, significa travisare completamente le cose da liberale.
Si prenda la politica estera. In nessun paese, neanche nel più democratico, essa è condotta pubblicamente. In tutti i paesi democratici, in Francia, in Svizzera, in America, in Inghilterra, le masse vengono ingannate in modo cento volte più esteso e raffinato che negli altri paesi. Il potere dei Soviet ha strappato rivoluzionariamente alla politica estera il manto del segreto. Kautsky non se n'è accorto, non ne fa parola, sebbene nell'epoca delle guerre di rapina e dei trattati segreti per la «ripartizione delle sfere d'influenza» (cioè per la ripartizione del mondo tra i briganti capitalisti) ciò abbia un'importanza fondamentale, poiché è quel che decide la questione della pace, la vita e la morte di decine di milioni di uomini.
Si prenda la struttura dello Stato. Kautsky si aggrappa alle «inezie», sino a rilevare che le elezioni (secondo la Costituzione sovietica) sono «indirette», ma non vede la sostanza della questione. Non vede l'essenza di classe dell'apparato statale, della macchina statale. Nella democrazia borghese, i capitalisti con mille raggiri, tanto più abili ed efficaci quanto più la democrazia «pura» è sviluppata, precludono alle masse la partecipazione al governo dello Stato, la libertà di riunione e di stampa, ecc. Il potere dei Soviet, primo nel mondo (il secondo, a rigor di termine, perché la Comune di Parigi diede il primo avvio), chiama le masse, e proprio le masse sfruttate, a partecipare al governo dello Stato. L'accesso al parlamento borghese (che mai nella democrazia borghese decide le questioni più importanti, che vengono decise dalla Borsa, dalle banche) è sbarrato alle masse lavoratrici da mille ostacoli, e i lavoratori sanno e sentono, vedono e intuiscono perfettamente che il parlamento borghese è un istituto a loro estraneo, un'arme di cui si serve la borghesia per opprimere i proletari, un istituto della classe nemica, della minoranza sfruttatrice.
I Soviet sono l'organizzazione diretta delle stesse masse lavoratrici sfruttate, alle quali  la possibilità di organizzare lo Stato e di governarlo in tutti i modi possibili. È precisamente l'avanguardia dei lavoratori e degli sfruttati, il proletariato urbano, che in questo sistema gode del vantaggio, essendo meglio organizzato dalla grande impresa, di eleggere e controllare le elezioni. L'organizzazione sovietica facilita automaticamente l'unione di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati intorno alla loro avanguardia, il proletariato. L'antico apparato borghese: la burocrazia, i privilegi della ricchezza, della cultura borghese, delle aderenze e così via (e questi privilegi reali assumono aspetti tanto più vari quanto più è sviluppata la democrazia borghese), tutto ciò scompare nell'organizzazione sovietica. La libertà di stampa cessa di essere un'ipocrisia, una volta che le tipografie e la carta sono tolte alla borghesia. Lo stesso avviene dei migliori edifici, palazzi, ville, dimore dei proprietari fondiari. Il potere dei Soviet ha tolto decisamente agli sfruttatori migliaia di questi edifici ed ha in tal modo «democratizzato» mille volte il diritto di riunione per le masse, quel diritto di riunione senza il quale la democrazia è un inganno. Le elezioni indirette ai Soviet non locali facilitano la convocazione dei congressi dei Soviet, rendono l'intiero apparato meno costoso, più agile e accessibile agli operai e ai contadini in un periodo in cui la vita pulsa ed è particolarmente viva la necessità di poter richiamare rapidamente un deputato o di poterlo inviare al Congresso generale dei Soviet.
La democrazia proletaria è mille volte più democratica di qualsiasi democrazia borghese; il potere dei Soviet è mille volte più democratico della più democratica repubblica borghese.
Soltanto un uomo che si sia posto deliberatamente al servizio della borghesia o sia morto politicamente, un uomo cui le pagine polverose dei libri borghesi impediscono di vedere la vita che pulsa, un uomo imbevuto dei pregiudizi borghesi e quindi oggettivamente trasformatosi in lacchè della borghesia, poteva non vedere tutto questo.
Soltanto un uomo incapace di porre la questione dal punto di vista delle classi sfruttate poteva non vedere tutto questo.
Vi è forse al mondo, tra i paesi borghesi più democratici, anche un solo paese in cui l'operaio medio, comune, il salariato agricolo medio, comune, o il semiproletario delle campagne in generale (cioè i rappresentanti delle masse sfruttate, la stragrande maggioranza della popolazione) godano anche solo approssimativamente della libertà di organizzare assemblee negli edifici più belli, della libertà di servirsi, per esprimere le loro idee e per difendere i loro interessi, delle più grandi tipografie e dei migliori depositi di carta, della libertà di affidare il governo e l'«organizzazione» dello Stato precisamente ai rappresentanti della loro classe, come nella Russia dei Soviet?
Sarebbe ridicolo anche solo pensare che, in qualsiasi paese, tra mille operai e salariati agricoli che sappiano come stanno le cose, il signor Kautsky ne trovi sia pure uno che abbia dei dubbi circa la risposta da dare a questa domanda.
Gli operai di tutto il mondo, che apprendono sprazzi di verità dai giornali borghesi, simpatizzano istintivamente con la Repubblica dei Soviet appunto perché vedono in essa una democrazia proletaria, una democrazia per i poveri, e non una democrazia per i ricchi, come è in realtà ogni democrazia borghese, anche la migliore.
Noi siamo governati (e il nostro Stato è «governato») da funzionari borghesi, da parlamentari borghesi, da giudici borghesi: questa è la semplice verità, ovvia, inconfutabile che decine e centinaia di milioni di uomini appartenenti alle classi sfruttate in tutti i paesi borghesi, compresi i più democratici, conoscono per esperienza personale, sentono e costatano ogni giorno.
In Russia invece tutto l'apparato burocratico è stato spezzato, non ne è stato lasciato pietra su pietra. Tutti i vecchi giudici sono stati rimossi, il parlamento borghese è stato sciolto e appunto agli operai e ai contadini è stata data una rappresentanza molto più accessibile; i loro Soviet hanno sostituito la burocrazia o i loro Soviet sono stati messi al di sopra dei funzionari, ai loro Soviet è stata data la facoltà di eleggere i giudici. Questo solo fatto è bastato perché tutte le classi sfruttate riconoscessero il potere dei Soviet, cioè quella forma della dittatura del proletariato mille volte più democratica della più democratica repubblica borghese.
Kautsky non capisce questa verità che è chiara e intelligibile ad ogni operaio, perché «ha dimenticato», «disimparato» a porre la domanda: democrazia per quale classe? Egli ragiona dal punto di vista della democrazia «pura» (cioè senza classi? o al di fuori delle classi). Egli ragiona come Shylock [10]: «una libbra di carne», e niente più. Uguaglianza per tutti i cittadini, altrimenti non vi è democrazia.
Bisognerà rivolgere al dotto Kautsky, al «marxista» e «socialista» Kautsky la domanda seguente: 
Vi può essere eguaglianza tra sfruttati e sfruttatori?
È mostruoso, è incredibile che occorra formulare una simile domanda discutendo un libro scritto dal capo ideologico della II Internazionale. Ma una volta accintisi a un compito, lo si deve condurre a termine. Ti sei messo a scrivere su Kautsky? Spiega dunque a questo dotto perché non vi può essere uguaglianza tra sfruttatori e sfruttati.
Vi può essere eguaglianza tra sfruttatori e sfruttati?
Kautsky dice:
1) «Gli sfruttatori hanno sempre costituito soltanto una piccola minoranza della popolazione» (p. 14 del suo opuscolo).
Questa è una verità incontestabile. Come si deve ragionare partendo da questa verità? Si può ragionare da marxista, da socialista, e allora si devono prendere come base i rapporti tra sfruttati e sfruttatori. Si può ragionare da liberale, da democratico borghese, e allora si devono prendere come base i rapporti tra maggioranza e minoranza.
Se si ragiona da marxisti, si deve dire: gli sfruttatori trasformano inevitabilmente lo Stato (parliamo della democrazia, cioè di una delle forme dello Stato) in uno strumento di dominio della loro classe — la classe degli sfruttatori — sugli sfruttati. Anche lo Stato democratico quindi, finché ci sono sfruttatori che esercitano il loro dominio sulla maggioranza degli sfruttati, sarà inevitabilmente una democrazia per gli sfruttatori. Lo Stato degli sfruttati deve distinguersi fondamentalmente da un simile Stato, deve essere democrazia per gli sfruttati erepressione per gli sfruttatori. Ma la repressione di una classe significa l'ineguaglianza per questa classe, la sua esclusione dalla «democrazia».
Se si ragiona da liberale, si è costretti a dire: la maggioranza decide, la minoranza ubbidisce. Chi non ubbidisce è punito. Ed è tutto. Inutile dissertare sul carattere di classe dello Stato in generale e sulla «democrazia pura» in particolare; ciò non ha a che fare con l'argomento, perché la maggioranza è maggioranza e la minoranza è minoranza. Una libbra di carne è una libbra di carne, e basta.
Kautsky ragiona precisamente così. Egli dice: 
2) «Per quali ragioni il dominio del proletariato dovrebbe prendere e prenderebbe necessariamente una forma inconciliabile con la democrazia?» (p. 21). Segue quindi la spiegazione, una spiegazione molto circostanziata e prolissa, completata con una citazione di Marx e con i risultati elettorali della Comune di Parigi: il proletariato ha dalla sua parte la maggioranza. Conclusione: «Un regime che ha così profonde radici nelle masse non ha alcun motivo di violare la democrazia. Non può non ricorrere alla violenza nei casi in cui si usi la violenza per sopprimere la democrazia. Alla violenza si può rispondere unicamente con la violenza. Ma un regime che sa di avere l'appoggio delle masse, farà uso della violenza unicamente persalvaguardare la democrazia, e non per sopprimerla. Commetterebbe un vero suicidio se volesse sopprimere la sua base più sicura, il suffragio universale, sorgente profonda di una potente autorità morale» (p. 22).
Vedete quindi che il rapporto tra sfruttati e sfruttatori è scomparso nell'argomentazione di Kautsky. È rimasta unicamente la maggioranza in generale, la minoranza in generale, la «democrazia pura» che noi già conosciamo.
E notate che ciò è detto a proposito della Comune di Parigi! Vediamo dunque, per rendere chiare le cose, in qual modo Marx ed Engels affrontano la questione della dittatura a proposito della Comune:

    Marx: ...Se gli operai sostituiscono la loro dittatura rivoluzionaria alla dittatura della classe borghese... per schiacciare la resistenza della classe borghese... essi gli danno [allo Stato] una forma rivoluzionaria... [11]
    Engels: ... E il partito vittorioso [nella rivoluzione] se non vuol avere combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi inspirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità di popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente? [12]
    Lo stesso: ...Non essendo lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per tener soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno «Stato popolare libero» è pura assurdità; finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere... [13]
Kautsky è lontano da Marx e da Engels come il cielo dalla terra, come un liberale da un rivoluzionario proletario. La democrazia pura, la «democrazia» senza aggettivi, di cui parla Kautsky, altro non è che una perifrasi di quello stesso «Stato popolare libero», è cioè una pura assurdità. Kautsky, con l'erudizione di un dottissimo imbecille da tavolino, o con il candore di una ragazzina decenne, domanda: perché ci vuole la dittatura dal momento che si ha la maggioranza? E Marx ed Engels spiegano:
per spezzare la resistenza della borghesia, 
per ispirare terrore ai reazionari, 
per assicurare l'autorità del popolo armato di fronte alla borghesia, 
perché il proletariato possa schiacciare con la forza i propri nemici.
Queste spiegazioni, Kautsky non le comprende. Infatuatosi della «purezza» della democrazia, di cui non vede il carattere borghese, egli sostiene «in modo conseguente» che la maggioranza, dal momento che è maggioranza, non ha bisogno di «spezzare la resistenza» della minoranza, non ha bisogno di «schiacciarla con la forza», e che basta reprimere singoli casidi violazione della democrazia. Kautsky, infatuatosi della «purezza» della democrazia, incorre inavvertitamente nel piccolo errore che sempre commettono tutti i democratici borghesi: prende l'eguaglianza formale (profondamente menzognera e ipocrita in regime capitalista) per eguaglianza effettiva! Un'inezia!
Lo sfruttatore non può essere eguale allo sfruttato.
Questa verità, per quanto sgradita possa essere a Kautsky, è la quintessenza del socialismo.
Altra verità: non vi può essere reale ed effettiva eguaglianza finché non è eliminata qualsiasi possibilità che una classe sia sfruttata da un'altra.
Gli sfruttatori possono essere battuti di colpo, con una insurrezione riuscita al centro o un ammutinamento delle truppe. Ma, fatta eccezione di casi rarissimi ed eccezionali, non possono essere annientati di colpo. Non si possono espropriare di colpo tutti i grandi proprietari fondiari e i capitalisti di un paese più o meno grande. Inoltre l'espropriazione da sola, come semplice atto giuridico o politico, è ben lontana dal risolvere il problema, giacché è necessario destituire di fatto i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, e sostituirli effettivamente con un'altra gestione delle fabbriche e dei fondi agrari, con una gestione operaia. Non ci può essere eguaglianza tra gli sfruttatori che per molte generazioni si sono distinti per la loro cultura, le loro condizioni di vita agiata e le loro abitudini, e gli sfruttati, che nella loro massa, anche nelle repubbliche borghesi più progredite e più democratiche, sono oppressi, incolti, ignoranti, intimoriti, disuniti. Per lungo tempo dopo la rivoluzione gli sfruttatori conservano inevitabilmente una serie di grandi vantaggi pratici: rimangono loro il denaro (che non si può sopprimere immediatamente), una certa quantità di beni mobili, spesso considerevoli; rimangono loro le relazioni, la pratica organizzativa e amministrativa, la conoscenza di tutti i «segreti» dell'amministrazione (consuetudini, procedimenti, mezzi, possibilità), rimangono loro una istruzione più elevata, strette relazioni con lo strato superiore del personale tecnico (che vive e pensa da borghese), rimane loro una conoscenza infinitamente superiore dell'arte militare (il che è molto importante), ecc. ecc.
Se gli sfruttatori sono battuti soltanto in un paese — questa è naturalmente la regola, poiché una rivoluzione simultanea in parecchi paesi è una rara eccezione — essi restano tuttavia più forti degli sfruttati, perché i legami internazionali degli sfruttatori sono immensi. Tutte le rivoluzioni, la Comune compresa, hanno finora mostrato che una parte degli sfruttati, delle masse dei contadini medi, degli artigiani, ecc. meno evoluti, segue e può seguire gli sfruttatori (infatti tra le truppe versagliesi vi erano anche dei proletari, cosa che il dottissimo Kautsky «ha dimenticato»).
In una simile situazione, pensare che in una rivoluzione più o meno seria e profonda il fattore decisivo sia semplicemente il rapporto tra maggioranza e minoranza è il massimo dell'ottusità, vuol dire ingannare le masse, nascondere loro una verità storica stabilita. Questa verità storica dice che in ogni rivoluzione profonda una resistenza lunga, tenace, disperatadegli sfruttatori — che per decine di anni mantengono ancora grandi vantaggi reali sugli sfruttati — è la regola. Mai, se non nelle sentimentali fantasie di uno sciocco sentimentale quale è Kautsky, gli sfruttatori si sottometteranno alle decisioni della maggioranza degli sfruttati senza prima aver fatto uso dei loro vantaggi, in un'ultima disperata battaglia o in una serie di battaglie.
Il passaggio dal capitalismo al comunismo abbraccia un'intiera epoca storica. Finché quest'epoca non è chiusa, gli sfruttatori conservano inevitabilmente la speranza in una restaurazione, e questa speranza si traduce in tentativi di restaurazione. Anche dopo la prima disfatta seria, gli sfruttatori rovesciati, che non si aspettavano di esserlo, che non ci credevano, che non ne ammettevano neanche l'idea, si scagliano nella battaglia con energia decuplicata, con furiosa passione, con odio cento volte più intenso, per riconquistare il «paradiso» perduto alle loro famiglie, che vivevano una vita così dolce e che la «canaglia popolare» condanna ora alla rovina e alla miseria (o ad un lavoro «ordinario»...). E a rimorchio dei capitalisti sfruttatori si trascina la grande massa della piccola borghesia, la quale, come attestano decenni di esperienza storica in tutti i paesi, oscilla ed esita, oggi marcia al seguito del proletariato, domani si spaventa delle difficoltà della rivoluzione, è presa dal panico alla prima sconfitta o al primo scacco degli operai, cade in preda al nervosismo, non sa dove batter la testa, piagnucola, passa da un campo all'altro... come fanno i nostri menscevichi e i nostri socialisti-rivoluzionari.
In questa situazione, in un'epoca di guerra disperata, accanita, nella quale la storia pone all'ordine del giorno la questione di vita o di morte di privilegi secolari, parlare di maggioranza e di minoranza, di democrazia pura, dell'inutilità della dittatura, di eguaglianza tra sfruttatori e sfruttati! Quale abisso di stoltezza, quale voragine di filisteismo sono necessari per giungere a ciò!
Ma in decenni di capitalismo relativamente «pacifico», dal 1871 al 1914, si sono accumulate nei partiti socialisti, che cercano di adattarsi all'opportunismo, delle vere stalle di Augia di filisteismo, di grettezza, di apostasia.
* * *
II lettore avrà probabilmente notato che Kautsky, nel passo succitato del suo libro, parla di attentato al suffragio universale (che — sia detto tra parentesi — egli esalta come fonte profonda di una potente autorità morale, mentre Engels, a proposito della stessa Comune di Parigi e della stessa questione della dittatura, parla dell'autorità del popolo armato contro la borghesia; caratteristica la differenza tra il punto di vista del filisteo e quello del rivoluzionario circa l’ «autorità»...)
Occorre notare che la privazione del diritto di voto per gli sfruttatori è un problema puramente russo, e non già della dittatura del proletariato in generale. Se Kautsky avesse, senza ipocrisia, intitolato il suo opuscolo: «Contro i bolscevichi», questo titolo avrebbe corrisposto al contenuto del suo scritto, e Kautsky avrebbe allora potuto parlare esplicitamente del diritto di voto. Invece Kautsky ha voluto innanzitutto presentarsi come «teorico». Egli ha intitolato genericamente il suo opuscolo La dittatura del proletariato. E parla particolarmente dei Soviet e della Russia solo nella seconda parte dell'opuscolo, a partire dal paragrafo 5. Nella prima parte (da cui ho preso il passo citato) si parla di democrazia e di dittatura in generale.Trattando del diritto di voto, Kautsky si rivela un oppositore dei bolscevichi, rivela di aver messo la teoria sotto i piedi. Giacché la teoria, cioè lo studio delle basi classiste generali (e non nazionali e particolari) della democrazia e della dittatura, non deve occuparsi di una questione particolare, come il diritto di voto, ma del problema generale, e cioè: nel periodo storico in cui gli sfruttatori vengono rovesciati e il loro Stato viene sostituito da uno Stato degli sfruttati, può la democrazia essere mantenuta anche per i ricchi, per gli sfruttatori?
Così e soltanto così un teorico può porre la questione.
Noi conosciamo l'esempio della Comune, conosciamo tutto quel che hanno detto i fondatori del marxismo sulla Comune. Prendendo come base questa documentazione, nel mio opuscolo Stato e rivoluzione, scritto prima della rivoluzione d'Ottobre, ho analizzato per esempio il problema della democrazia e della dittatura. Sulla restrizione del diritto di voto non ho detto una sola parola. Ed oggi si deve dire che la restrizione del diritto di voto è una questione specificamente nazionale, e non già un problema generale della dittatura. La questione della restrizione del diritto di voto deve essere affrontata esaminando le condizioni particolari della rivoluzione russa, il corso particolare del suo sviluppo. È ciò che faremo nel seguito della nostra esposizione. Ma sarebbe un errore voler affermare in anticipo che le imminenti rivoluzioni proletarie d'Europa — tutte o la maggior parte di esse — apporteranno necessariamente una restrizione del diritto di voto per la borghesia. Può darsi che così avvenga. Dopo la guerra e dopo le esperienze della rivoluzione russa, è anzi probabile che sia così, ma ciò non è obbligatorio per l'attuazione della dittatura, non è un indizio necessario del concetto logico della dittatura, non costituisce una condizione essenziale del concetto storico e classista di dittatura.
L'indizio necessario, la condizione necessaria della dittatura è la repressione violenta degli sfruttatori come classe, e quindi la violazione della «democrazia pura», cioè dell'eguaglianza e della libertà nei riguardi di questa classe.
Così e soltanto così si deve porre la questione dal punto di vista teorico. Non avendo Kautsky posto la questione in questo modo, egli ha dimostrato di attaccare i bolscevichi non da teorico, ma da sicofante al servizio della borghesia e degli opportunisti.
In quali paesi, in quali condizioni nazionali particolari di questo o quel capitalismo verrà limitata o violata la democrazia nei confronti degli sfruttatori? Ciò dipenderà dalle particolarità nazionali di questo o quel capitalismo, di questa o quella rivoluzione. Teoricamente, la questione si pone altrimenti, e cioè: è possibile la dittatura del proletariato senza violare la democrazia nei riguardi della classe degli sfruttatori?
Kautsky ha evitato precisamente questa questione, che teoricamente è la sola importante ed essenziale. Egli ha citato tutti i passi possibili di Marx e di Engels, ad eccezione di quelliche si riferiscono a questa questione e che io ho citato sopra.
Kautsky ha parlato di tutto, di tutto ciò che è accettabile ai liberali, ai democratici borghesi, e che non esce dalla cerchia delle loro idee, ma non dice nulla della cosa principale, che il proletariato cioè non può vincere senza spezzare la resistenza della borghesia, senza reprimere con la violenza i propri avversari, e che dove vi è «repressione violenta», dove non vi è «libertà», naturalmente non vi è democrazia.
Kautsky non l'ha capito.
Passiamo ora alle esperienze della rivoluzione russa e alla divergenza tra i Soviet e l'Assemblea costituente, la quale (divergenza) portò allo scioglimento di quest'Assemblea e alla privazione del diritto di voto della borghesia.
I Soviet non hanno diritto di trasformarsi in organizzazioni statali
I Soviet sono la forma russa della dittatura proletaria. Se un teorico marxista, accintosi a scrivere sulla dittatura del proletariato, avesse realmente studiato questo fenomeno (invece di ripetere, come fa Kautsky, le querimonie piccolo-borghesi contro la dittatura ricantando le melodie mensceviche), questo teorico avrebbe dato innanzitutto la definizione generale di dittatura, ne avrebbe quindi esaminato la forma particolare, nazionale, i Soviet; avrebbe sottoposto a critica questi ultimi, come una delle forme della dittatura del proletariato.
È chiaro che non c'era da aspettarsi nulla di serio da Kautsky dopo che egli aveva «rimaneggiato» in senso liberale la dottrina di Marx sulla dittatura. Ma è sommamente caratteristico vedere come egli affronti la questione di ciò che sono i Soviet e come se la cavi.
I Soviet — egli scrive —, risalendo alla loro nascita nel 1905, hanno creato «la forma di organizzazione proletaria la più universale [umfassendste] fra tutte, poiché abbraccia tutti gli operai salariati» (p. 31). Nel 1905 essi non erano che corporazioni locali; nel 1917 sono diventati un'organizzazione di tutta la Russia.

    Già ora — continua Kautsky — l'organizzazione dei Soviet ha dietro a sé una storia grande e gloriosa. Ad essa è riservata una storia più grandiosa, e non solo in Russia. Dappertutto appare come, di fronte alle forze gigantesche di cui dispone il capitale finanziario nel campo economico e politico, gli antichi metodi di lotta economica e politica del proletariato siano insufficienti [versagen, la parola tedesca è un po' più forte di «insufficienti», e un po' meno di «impotenti»]. Ma non si deve rinunciare ad essi; in tempi normali rimangono necessari, ma di quando in quando si trovano di fronte a compiti che non possono adempiere, compiti che possono essere adempiuti soltanto con l'unione di tutti i mezzi di forza politici ed economici della classe operaia (p. 32).
Seguono ragionamenti sullo sciopero di massa e sul fatto che la «burocrazia sindacale», altrettanto indispensabile quanto i sindacati stessi, «è incapace di guidare le imponenti battaglie di massa che diventano sempre più un segno dei tempi»...

    ...Pertanto — conclude Kautsky — l'organizzazione sovietica è uno dei fenomeni più importanti della nostra epoca. Essa promette di acquistare una importanza decisiva nelle grandi battaglie decisive tra capitale e lavoro che si prospettano.
    Ma abbiamo il diritto di esigere di più dai Soviet? I bolscevichi che, dopo la rivoluzione del novembre 1919 [ossia dell'ottobre, secondo il nostro calendario], insieme coi socialisti-rivoluzionari di sinistra, ottennero la maggioranza nei Soviet dei deputati operai in Russia, si accinsero, dopo aver sciolto la Costituente, a fare del Soviet, che era stato sino alloral'organizzazione di combattimento di una sola classe, un 'organizzazione statale. Essi soppressero la democrazia che il popolo russo aveva conquistato nella rivoluzione di marzo [ossia febbraio secondo il nostro calendario]. In relazione a questo fatto, i bolscevichi cessarono di chiamarsi socialdemocratici, e presero il nome di comunisti (p. 33; il corsivo è di Kautsky).
Chi conosce la letteratura menscevica russa vede subito come Kautsky abbia copiato servilmente Martov, Axelrod, Stein e C. «Servilmente» appunto, giacché Kautsky, per far piacere ai pregiudizi menscevichi, snatura in modo grottesco i fatti. Kautsky, per esempio, non si è preso la pena di chiedere ai suoi informatori — Stein, che è a Berlino, o Axelrod, che è a Stoccolma — quando furono sollevate le questioni del cambiamento del nome bolscevichi in comunisti e della funzione dei Soviet come organizzazioni statali. Se Kautsky avesse chiesto questa semplice informazione non avrebbe scritto quelle righe che suscitano il riso, giacché entrambe le questioni furono sollevate dai bolscevichi nell'aprile del 1917, nelle mie Tesi, per esempio, del 4 aprile 1917, vale a dire molto tempo prima della rivoluzione d'Ottobre (per non parlare poi dello scioglimento dell'Assemblea costituente avvenuto il 5 gennaio 1918).
I ragionamenti di Kautsky, da me riportati integralmente, sono il fulcro di tutto il problema dei Soviet. Precisamente perché si tratta di sapere se i Soviet devono tendere le loro forze per diventare organizzazioni statali (nell'aprile 1917 i bolscevichi avevano lanciato la parola d'ordine: «Tutto il potere ai Soviet», e nella Conferenza del Partito bolscevico, sempre nell'aprile 1917, avevano dichiarato che la repubblica parlamentare borghese non li poteva soddisfare e che reclamavano una repubblica operaia e contadina del tipo della Comune o dei Soviet);oppure se i Soviet non devono tendere a questo scopo, non devono prendere nelle loro mani il potere e non devono diventare organizzazioni statali, ma rimanere «organizzazioni di lotta» di una sola «classe» (come disse Martov, mascherando in modo plausibile col suo pio desiderio il fatto che i Soviet sotto la direzione menscevica erano uno strumento di sottomissione degli operai alla borghesia).
Kautsky ripete servilmente le parole di Martov; prende frammenti del dibattito teorico tra bolscevichi e menscevichi e li trapianta senza critica e indiscriminatamente nel terreno teorico generale europeo. Ne vien fuori un pasticcio tale che muoverebbe al riso ogni operaio russo cosciente che venisse a conoscenza di questi ragionamenti di Kautsky.
Tutti gli operai europei (ad eccezione di un pugno di social-imperialisti incalliti) quando spiegheremo loro di che si tratta accoglieranno Kautsky con una eguale risata.
Spingendo sino all'assurdo, in maniera straordinariamente evidente, l'errore di Martov, Kautsky gli ha reso un cattivo servizio. Si veda, infatti, che cosa risulta in Kautsky.
I Soviet abbracciano tutti gli operai salariati. Contro il capitale finanziario i vecchi metodi di lotta economica e politica del proletariato sono insufficienti. I Soviet sono destinati ad avere un'immensa funzione, e non soltanto in Russia. Essi avranno una funzione decisiva nelle grandi battaglie decisive tra capitale e lavoro in Europa. Cosi dice Kautsky.
Benissimo. Le «battaglie decisive tra capitale e lavoro» risolveranno forse il problema: quale di queste due classi si impadronirà del potere statale?
Niente affatto. Dio ce ne scampi e liberi!
Nelle battaglie «decisive» i Soviet, che abbracciano tutti gli operai salariati, non devono diventare un'organizzazione statale!
E che cos'è lo Stato?
Lo Stato non è che una macchina per l'oppressione di una classe da parte di un'altra.
Sicché, la classe oppressa, avanguardia di tutti i lavoratori e sfruttati nell'odierna società, deve tendere alle «battaglie decisive tra capitale e lavoro», ma non deve toccare la macchina mediante la quale il capitale opprime il lavoro! Non deve spezzare questa macchina! Non deve servirsi dell'organizzazione che abbraccia tutti i suoi componenti per reprimere gli sfruttatori!
Benissimo, signor Kautsky, ottimamente! «Noi» riconosciamo la lotta di classe come la riconoscono tutti i liberali, cioè senza il rovesciamento della borghesia!
È qui che la rottura completa di Kautsky con il marxismo e con il socialismo diventa evidente. Ciò significa di fatto passare nel campo della borghesia, la quale è disposta a concedere tutto quel che si vuole, fuorché la trasformazione delle organizzazioni della classe ad essa oppressa in organizzazioni statali. Qui Kautsky non potrà ormai salvare la sua posizione, che è la posizione di chi tutto concilia e cerca di eludere con le frasi tutte le profonde contraddizioni.
O Kautsky nega categoricamente che il potere politico debba passare alla classe operaia, o egli ammette che questa prenda nelle sue mani la vecchia macchina statale, ma non ammette in nessun caso che essa la spezzi, la distrugga, la sostituisca con una macchina statale nuova, proletaria. Che i ragionamenti di Kautsky siano «interpretati» o «spiegati» nell'uno o nell'altro senso, in entrambi i casi la sua rottura con il marxismo e il suo passaggio dalla parte della borghesia sono evidenti.
Già nel Manifesto del Partito comunista [cap. 2], indicando quale Stato occorre alla classe operaia vittoriosa, Marx scriveva: lo «Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante». Ed ora ecco un uomo che — pur pretendendo di continuare ad essere un marxista — dichiara che il proletariato, organizzato nella sua totalità e impegnato nella «lotta decisiva» contro il capitale, non deve fare della sua organizzazione di classe un'organizzazione statale. Kautsky qui rivela quella «fede superstiziosa nello Stato», della quale Engels nel 1891 scriveva che «in Germania... si è trasportata... nella coscienza generale della borghesia e perfino di molti operai» [14]. Lottate, operai! — «ammette» il nostro filisteo (anche il borghese lo «ammette», dal momento che gli operai lottano egualmente e non v'è che da pensare al modo di spezzare la punta della loro spada) — lottate, ma non osate vincere! Non distruggete la macchina statale della borghesia, non mettete al posto dell'«organizzazione statale» borghese un'«organizzazione statale» proletaria.
Chiunque condivida seriamente il concetto marxista secondo cui lo Stato altro non è se non una macchina per l'oppressione di una classe da parte di un'altra, chiunque rifletta più o meno profondamente su questa verità non giungerà mai a un simile assurdo, ad affermare cioè che le organizzazioni proletarie capaci di vincere il capitale finanziario non debbono trasformarsi in organizzazioni statali. Questo è il punto, precisamente, che rivela il piccolo borghese, per il quale lo Stato è «nonostante tutto» qualche cosa al di fuori delle classi o al di sopra delle classi. Perché infatti dovrebbe essere permesso al proletariato, a «una sola classe», di condurre una guerra decisiva contro il capitale — il quale esercita il suo dominio non solo sul proletariato, ma su tutto il popolo, su tutta la piccola borghesia, su tutti i contadini — ma non sarebbe permesso al proletariato, a «questa sola classe», di trasformare la sua organizzazione in una organizzazione statale? Perché il piccolo borghese ha paura della lotta di classe e non la conduce sino alla sua logica conclusione, sino all'obiettivo principale, sino al punto principale!
Kautsky è caduto in un garbuglio inestricabile e si è smascherato in pieno. Egli stesso riconosce, notatelo, che l'Europa va incontro a battaglie decisive tra capitale e lavoro, e che i vecchi metodi di lotta economica e politica del proletariato sono insufficienti. Ma questi metodi consistevano appunto nella utilizzazione della democrazia borghese. E allora?...
Kautsky non ha osato trarre la conclusione logica.
...Quindi, soltanto un reazionario, un nemico della classe operaia, un lacchè della borghesia può ora descrivere le delizie della democrazia borghese, chiacchierare di democrazia pura, rivolto a un passato che ha fatto il suo tempo. La democrazia borghese era progressiva in confronto al regime medioevale, e bisognava utilizzarla. Ma oggi è insufficiente per la classe operaia. Oggi non si deve guardare indietro, ma avanti, verso la sostituzione della democrazia borghese con la democrazia proletaria. E sebbene il lavoro preparatorio per la rivoluzione proletaria, l'istruzione e la formazione dell'esercito proletario, sia stato possibile (e necessario) nel quadro dello Stato democratico borghese, poiché siamo giunti alle «battaglie decisive», rinchiudere il proletariato entro questi confini significa tradire la causa del proletariato, significa essere un rinnegato.
Kautsky è caduto in una situazione particolarmente ridicola ripetendo un argomento di Martov, senza accorgersi che in Martov questo argomento si appoggia su un altro, che in Kautsky manca! Martov dice (e Kautsky ripete) che la Russia non è ancora matura per il socialismo, dal che naturalmente consegue che è ancora troppo presto per trasformare i Soviet da organi di lotta in organizzazioni statali (leggi: è opportuno, con l'aiuto dei capi menscevichi, trasformare i Soviet in strumenti per sottomettere i lavoratori alla borghesia imperialista). Kautsky infatti non può dire esplicitamente che l'Europa non è matura per il socialismo. Nel 1909, quando non era ancora un rinnegato, scrisse che ormai non si doveva più temere una rivoluzione prematura, e che sarebbe stato un traditore colui che, per paura della sconfitta, avesse rinunciato alla rivoluzione. Kautsky non osa smentire apertamente ciò che diceva allora. E ne risulta un'assurdità che smaschera sino in fondo tutta la sua stoltezza e la sua viltà di piccolo borghese: da un lato l'Europa è matura per il socialismo e s'avvia verso le battaglie decisive del lavoro contro il capitale, e dall'altro lato non si deve trasformare una organizzazione di lotta (che cioè si forma, si sviluppa, si rafforza nella lotta), l'organizzazione del proletariato — avanguardia, organizzatore e capo degli oppressi — in una organizzazione statale!
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Dal punto di vista della politica pratica, l'idea che i Soviet siano necessari come organizzazioni di lotta, ma non debbano trasformarsi in organizzazioni statali, è infinitamente più assurda che dal punto di vista teorico. Perfino in tempo di pace, quando non vi è una situazione rivoluzionaria, la lotta di massa degli operai contro i capitalisti, per esempio lo sciopero di massa, suscita una terribile esasperazione da ambo le parti, una lotta estremamente appassionata; la borghesia non cessa di ripetere che essa è e vuol rimanere «padrona in casa propria», ecc.
Orbene, durante la rivoluzione, quando la vita politica diventa impetuosa, un'organizzazione quale sono i Soviet, che abbracciano tutti gli operai di tutte le branche industriali, e inoltretutti i soldati e l'intiera popolazione lavoratrice e povera delle campagne, è necessariamente portata dal corso della lotta, dalla semplice «logica» dell'attacco e della resistenza, a porre la questione in pieno. Tentare di prendere una posizione intermedia, di «conciliare» il proletariato con la borghesia, è cosa stolta e destinata a fallire miseramente. Ciò accadde in Russia alle prediche di Martov e degli altri menscevichi, così accadrà inevitabilmente in Germania e negli altri paesi, se i Soviet avranno uno sviluppo più o meno largo e avranno il tempo di unirsi e di rafforzarsi. Dire ai Soviet: lottate, ma non prendete nelle vostre mani tutto il potere statale, non diventate delle organizzazioni statali, vuol dire predicare la collaborazione delle classi e la «pace sociale» tra proletariato e borghesia, È ridicolo anche solo pensare che, nel parossismo della lotta, una simile posizione possa condurre ad altro che a un fallimento vergognoso. Sedere tra due sedie è l'eterna sorte di Kautsky. Egli finge di non essere d'accordo su nessun punto della teoria con gli opportunisti, ma in realtà, nella pratica, è d'accordo con loro in tutto ciò che è essenziale (vale a dire in tutto ciò che concerne la rivoluzione).

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