martedì 16 aprile 2013

Lezioni di politica economica - Federico Caffè

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Significato della politica economica: sui rapporti con le altre discipline economiche e sociali.

   1.  Alcune distinzioni correnti tra economia e politica economica.

La definizione di una disciplina, anche se risponde ad esigenze didattiche, non può fornire che un’indicazione approssimativa e sommaria del significato della  disciplina stessa. Una comprensione più completa può ottenersi soltanto attraverso lo studio delle sue varie parti.

Con questa riserva le definizione più semplice del significato della politica economica consiste nel chiarire anzitutto che essa è parte della scienza economica intesa in senso lato; nel precisare poi che si tratta di quella parte che utilizza le conoscenze dell’analisi teorica come guida dell’azione pratica.

Ogni scienza ha come problemi ultimi quelli di comprendere e spiegare determinati fenomeni e di far uso della conoscenza come guida dell’azione. La politica economica, per effetto di un processo di specializzazione e di convenienza didattica, si occupa appunto di quella parte dell’indagine economica che assolve in modo più ravvicinato e diretto il secondo dei suoi compiti essenziali, quello cioè di essere di guida per l’azione. […]

Questi chiari rilievi consentono di avanzare due considerazioni. In primo luogo, sarebbe estremamente pedante pretendere che, negli insegnamenti economici che precedono quello specifico della politica economica, l’esposizione si mantenga rigorosamente “sul terreno proprio dei teoremi”, senza occuparsi in forma più o meno estesa anche  di problemi di politica economica. In secondo luogo, il fatto stesso che ciò di frequente si verifichi non fa che confermare l’assoluta correttezza dell’impostazione metodologica, dovuta anch’essa a un importante economista italiano, secondo la quale economia generale, economia finanziaria, politica economica non sono che “stadi successivi nel passaggio da una maggiore a una minore astrazione di un inscindibile sistema teorico.”(Del Vecchio, 1957, p. 131).

2.      La politica economica nella concezione di Jan Tinbergen.

La sostanziale unità dell’indagine economica non esime, come è ovvio, dal ricercare i caratteri differenziali tra le varie branche che rientrano nell’indagine stessa. Un’elegante presentazione dei rapporti tra analisi e politica economica è quella dovuta a Jan Tinbergen, economista olandese che, nei tempi più recenti, ha contribuito in modo notevole all’elaborazione sistematica della politica economica.

Occorre preliminarmente ricordare che gli sviluppi dello studio sia dell’intero sistema economico, sia di singoli mercati hanno portato a fornirne una rappresentazione schematica mediante modelli  costituiti da equazioni matematiche che esprimono le connessioni esistenti tra le grandezze economiche del sistema o della parte di esse considerata.

L’impiego di schemi semplificati, tendenti a ridurre la complessa realtà a “fatti stilizzati”, non costituisce un fatto nuovo nell’indagine dei fenomeni economici. […]

Ne risulta quindi, secondo le parole di Tinbergen  (1969, p. 19), che il processo logico per la ricerca della migliore politica economica, cioè per la determinazione delle misure in cui dati mezzi debbano essere impiegati per raggiungere dati fini, rappresenta, in certo senso, il processo logico inverso di quello cui è abituato l’economista. Il compito dell’analisi economica consiste nel considerare i “dati” (compresi in essi gli strumenti della politica economica) come noti e i fenomeni e le variabili economiche (compresi gli obiettivi della politica economica)  come incognite. Nella politica economica, si considerano gli obiettivi come noti e gli strumenti come incognite, o quanto meno come parzialmente incognite.

3.      I rapporti con le altre discipline

Sono stati indicati sinora i rapporti molto stretti esistenti tra le varie branche della scienza economica.  È anche necessario tener presente, tuttavia, che lo studio dei fenomeni economici si avvale estesamente dell’ausilio delle matematiche e delle statistiche, nonché dell’apporto  di altre discipline quali la storia generale ed economica, la sociologia, il diritto.

Più che sottolineare in termini generici l’utilità odierna delle ricerche “interdisciplinari”, piò essere utile richiamare l’attenzione sulle considerazioni che seguono, dovute allo studioso svedese Gunnar  Myrdal , che ha dato contributi eminenti sia all’economia sia alla sociologia.

... Le scienze sociali stanno ora penetrando ogni angolo della società e ogni fase della vita umana. Vanno gradualmente infrangendosi i tabù e la loro distruzione, nell’intento di razionalizzare il senso comune, è divenuta una dei maggiori obiettivi della scienza sociale occidentale. Ci rendiamo conto che tutti i problemi umani sono complessi; essi non possono essere incasellati nei comparti delle discipline accademiche tradizionali, in modo da essere considerati come problemi economici, psicologici, sociali o politici. A volte, per fini didattici o per maggiore efficacia della ricerca mediante la specializzazione, le antiche discipline sono state mantenute ad anche divise in sottodiscipline; tuttavia non viene da noi attribuito a queste divisioni il medesimo significato che avevano nel passato. Oggi, ad esempio, nessuno avanzerebbe conclusioni circa la realtà sociale unicamente in base a concetti economici, per quanto ciò fosse fatto frequentemente due generazioni fa. Per evitare impostazioni superficiali e unilaterali, le discipline sociali specializzate cooperano nella ricerca. In aggiunta, una particolare disciplina, la sociologia, pone l’accento sull’insieme delle relazioni sociali e si occupa in modo speciale di quei campi della realtà sociale, che sono analizzati in modo meno approfondito delle altre discipline. (Myrdal, 1968, vol. 1 p. 5).

4.      La funzione dei “giudizi di valore”

Si deve allo stesso Myrdal un contributo molto importante al chiarimento della posizione che le “premesse o giudizi di valore” (vale a dire le preferenze politiche e gli ideali etici) hanno nelle scienze economiche, o sociali in genere.

Il dibattito sull’obiettività della scienza (che implicherebbe la sua “neutralità” nei confronti dei diversi ideali politici e morali), ovvero sull’inevitabilità che essa rifletta anche la “visione del mondo” dello studioso (e quindi preferenze di carattere necessariamente soggettivo) è antico quanto lo sforzo umano rivolto all’ampliamento delle conoscenze. Myrdal ha contribuito a tale dibattito, assumendo una posizione decisamente critica nei confronti della  tradizionale e diffusa concezione secondo la quale la scienza potrebbe considerarsi tale solo in quanto “immune da giudizi di valore”.

Come egli scrive, “………Il credere nell’esistenza di un corpus di conoscenze scientifiche acquisite  indipendentemente da ogni giudizio di valore  è, come ora io ritengo, ingenuo empirismo (…)” In qualsiasi lavoro scientifico “ si devono porre delle domande per ottenere risposte. E le domande sono espressione del nostro interesse nelle cose del mondo, sono in essenza delle valutazioni. (Myrdal, 1953, Prefazione, p. VII).[1]

In altri termini, gli ideali umani costituiscono una componente ineliminabile della personalità dello studioso e il suo necessario sforzo di obiettività consiste nel dichiararli in modo esplicito, anziché introdurli in modo subdolo o reprimerli. È quello appunto che suggerisce Myrdal, allorchè afferma il suo convincimento “nella necessità di lavorare sempre, dal principio alla fine, con esplicite premesse di valore”; avvertendo inoltre che esse debbono essere “ importanti e significative per la società in cui viviamo”. (ibid. , p. VIII).[2]  […]

5.      I criteri ispiratori della trattazione

Per rimanere aderenti a questa impostazione,  ci è d’obbligo avvertire il lettore che la trattazione che seguirà è influenzata dalla premessa ideale del prevalere inevitabile delle idee, alla lunga, sugli interessi costituiti.   […]

Il metodo seguito nella trattazione è poi quello di tendere alla ricostruzione storica degli sviluppi sia del pensiero teorico, sia dell’azione dei poteri pubblici nella vita economica, nell’intento di porre in rilievo la maniera in cui i vari problemi si sono venuti ponendo nel corso del tempo.

Questa concezione che tende a considerare “il presente come storia”- per utilizzare il significativo titolo di un volume di Sweezy (1970) – non consente di evitare un tema oggi largamente dibattuto e che riguarda l’affermata “crisi” della scienza economica.

6.      Un’interpretazione dell’affermata “crisi” della scienza economica

[…] Nel tentativo di contribuirvi in qualche modo, si può prendere avvio da uno dei “lamenti” che ha avuto maggiore risonanza: quello elevato da Joan Robinson con il suo articolo “la seconda crisi della scienza economica”(1972). Già questo riferimento a una duplice crisi induce ad andare oltre l’argomentazione di mera scontatezza psicologica cui allude Hahn. La prima crisi coincise, cronologicamente, con il periodo della grande depressione degli anni trenta; la seconda è, ovviamente, quella che stiamo sperimentando. Elemento comune alle due crisi è l’evidente incapacità del pensiero economico di fornire spiegazioni convincenti dei fenomeni sottoposti al suo esame e di proporre soluzioni adeguate ai più assillanti problemi del momento. Con riferimento alla prima crisi, la Robinson sintetizza lucidamente i punti di vista dell’”opinione  ortodossa” alla quale si contrappose polemicamente l’insorgenza Keynesiana. […]

Ciò che interessa sottolineare è che c’era, all’epoca della grande crisi, un pensiero economico egemone, che risultava tale indipendentemente dalla distinzione interna tra concezione marshalliana e concezione warlas-paretiana (vedi p. 21). Rispetto a questo pensiero egemone (che      – si ripete – comprende, ai fini che interessano, sia la scuola di Cambridge sia quella di Losanna) , vi erano le correnti eterodosse, ereticali (incluse quelle marxiste, o quelle istituzionaliste, seguite in particolare negli stati uniti). Esse, tuttavia, erano considerate talmente poco meritevoli di considerazione, da parte del pensiero “egemone”, che destò scandalo quel certo recupero che Keynes cercò di fare di alcune intuizioni degli eretici dell’economia (Keynes, 1936, cap.23; trad. it. 1947, pp. 297 sgg.).  […]

Vi è un’impostazione che, senza negare l’opera di creazione e di incremento della scienza, considera che essa debba sostanzialmente svolgersi nell’ambito di una concezione privilegiata nella quale sono contenute le premesse di ogni ulteriore svolgimento. Vi è un’impostazione che non si limita ad attribuire carattere privilegiato a una determinata concezione, ma ritiene indispensabile un’azione “guastatrice” che demolisca, una volta per tutte, orientamenti (come quello detto marginalistico) che pur hanno costituito parte del cammino della scienza economica. Vi è, infine, una concezione che considera la scienza economica come “un’opera costante, continua e successiva, per cui l’edificio della scienza stessa risulta come una serie di piani che si aggiungono a quelli precedenti, in modo da costituire un tutto solido e armonico”(Del Vecchio, 1961).  […]

Vi è poi un aspetto della affermata “crisi” della scienza economica che investe direttamente la politica economica, in quanto sono riaffiorati di recente orientamenti di pensiero che, contrapponendo “lo stato” al “mercato” (secondo una tipica antitesi ottocentesca), attribuiscono agli interventi dei poteri pubblici nella vita economica un carattere perturbatore e destabilizzante (Rosa e Aftalion, 1979). Atteggiamenti del genere sono talvolta indice di una specie di arrogante isolazionismo intellettuale, che sembra inconsapevole del carattere del tutto acquisito di temi metodologici (come quello della “neutralità” della scienza e della funzione dei giudizi di valore) che sono stati già da tempo chiariti e che vengono riproposti come nuovi.  Altre volte (come nel caso di f. Hayek e di M. Friedman, le figure più rappresentative del neo-liberismo economico), si sottolinea la validità del mercato, come forma organizzativa dell’assetto sociale, senza tener conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei “fallimenti del mercato”: aspetti che trovano una larga esemplificazione nel capitolo terzo di questo volume.

Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio. Non si può non prendere atto di un recente riflusso neoliberista, ma è difficile individuarvi un apporto intellettuale innovatore. Sul piano storico, l’intervento pubblico nell’economia, è tutt’altro che esente da inconvenienti ed errori.

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[1] Può consultarsi anche Myrdal (1975).

[2] Chi sia interessato a un più approfondito esame di questi aspetti potrà consultare i seguenti scritti: Zeuthen (1961), in particolare cap. 1; J. A. Schumpeter, Scienza e ideologia, trad. it. in Caffè (1971a)pp.243sgg.


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