mercoledì 19 agosto 2015

DEMENZA DIGITALE




Alcune aziende che quindici anni fa non esistevano, come Google e Facebook, oggi costituiscono la nuova e potente oligarchia planetaria del capitalismo digitale. Internet ne rappresenta l’intelaiatura, e i suoi utenti, vale a dire circa tre miliardi di persone, la forza lavoro utilizzata. Le nuove tecnologie digitali fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, le portiamo addosso e controllano tutti gli ambienti della vita sociale, dai luoghi di lavoro ai templi del consumo. Questo libro propone una riflessione sui dispositivi attraverso i quali questa oligarchia e queste tecnologie catturano e colonizzano il nostro immaginario a fini di profitto economico e di controllo sociale. E mette in luce il risvolto di tutto ciò, ovvero l’emergere di una nuova e impercepita sudditanza di quel popolo virtuale che, riversando ingenuamente messaggi, fotografie, selfie, ansie e desideri su piattaforme e social-network, contribuisce con le sue stesse pratiche a rafforzare il dominio del nuovo impero. Non conosciamo ancora le conseguenze sui tempi lunghi di questo ulteriore passaggio del modo di produzione capitalistico. Chiara invece appare la necessità di immaginare pratiche di decolonizzazione personale e collettiva per istituire nei luoghi ordinari della vita varchi di liberazione.

L’anima si colora con il colore dei suoi pensieri” (Marco Aurelio)


Neuroplasticità cerebrale: “In campo medico l’istruzione è ritenuta unanimemente il fattore decisivo per la salute di un individuo (...) inoltre l’istruzione rende liberi – liberi da molte costrizioni, perché chi è istruito può porsi criticamente nei confronti di sé stesso e del proprio ambiente e non è esposto passivamente alle contingenze. Questo riduce lo stress, che a sua volta distrugge i neuroni“. (…) “I fondamenti (…) dell’apprendimento permanente (Long Life Learning) stanno in una buona istruzione nell’infanzia e nell’adolescenza“. (M. Spitzer, 2012)

La «riserva cognitiva»: tutto dipende dal punto in cui si parte
Concetto centrale: più tardi veniamo esposti al sistema digitale (comunque dopo l’età dello sviluppo) più facilmente riusciamo a mantenere intatte le capacità cognitive che vengono compromesse da un uso intenso dei media digitali.

Un adulto che comincia ad utilizzare i media digitali dispone di sufficiente esperienza nella ricerca, memorizzazione e gestione delle informazioni, perché ha sedimentato nel suo cervello un passato «analogico».
Un bambino che non ha ancora sviluppato la corteccia prefrontale (che guida il comportamento previsionale, la pianificazione di schemi di azione nel tempo, la capacità di relazione con il mondo esterno) e che viene precocemente esposto ai media, crea da zero le sue capacità cognitive di base sul modello digitale, con tutte le conseguenze osservate dagli studi.

In pratica: se partiamo da «più in alto», ci accorgiamo meno della discesa… Chi parte da molto basso, invece, è già subito a valle… 
http://www.davincialba.it/clil-genta/demenza-digitale.pdf

La società del con­trollo è un fatto irre­ver­si­bile, afferma Lyon; così come la moder­nità è dive­nuta liquida e non c’è più pos­si­bi­lità che ritorni al suo stato solido, aggiunge Bau­man. 

Le tec­no­lo­gie della sor­ve­glianza aiu­tano tut­ta­via gli uomini e le donne a miglio­rare la pro­pria vita, per­ché ridu­cono al minimo il tempo dedi­cato alle mille incom­benze quo­ti­diane. Ma ecco pro­fi­larsi un altro caso di ambi­va­lenza: l’immanente con­se­guenza dei mol­te­plici dispo­si­tivi della sor­ve­glianza è infatti il con­trollo capil­lare e dif­fuso dei com­por­ta­menti indi­vi­duali e col­let­tivi . Viene così pro­gres­si­va­mente can­cel­lata ogni tipo di inti­mità. La vita dei sin­goli è ridotto a un pro­filo dove con­sumi, rela­zioni sen­ti­men­tali, lavo­ra­tive vanno a com­porre un aggre­gato di dati gestito dallo Stato e da parte di imprese che uti­liz­zano quei dati per le pro­prie stra­te­gie di mar­ke­ting; o per ven­derle ad altre imprese. L’«economia dei big data» è pos­si­bile pro­prio gra­zie a que­sta inces­sante espro­pria­zione delle rela­zioni sociali ridotte a con­sumi, gusti, atti­tu­dini (...) il «sesto potere» costi­tuito dalla sor­ve­glianza è rap­pre­sen­tato da un ine­dito com­plesso militare-digitale san­cito da un’alleanza tra pari tra lo stato e imprese che rac­col­gono, gesti­scono ed ela­bo­rano una massa impo­nente di dati individuali.

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