venerdì 16 novembre 2012

I VARI SENSI DI ECONOMIA - Stefano Garroni -



Ciò che siamo abituati a denotare/connotare con il semplice termine economia, storicamente è stato designato e qualificato in modi diversi ed esattamente, seguendo approssimativamente un succedersi storico, Volksökonomie (economia del popolo), - Nationalökonomie (economia della nazione – in proposito si ricordi che A. Smith titolò la sua opera principale, pubblicata nel 1766, The Wealth of Nations- ), - Politischeökonomie  ed, infine, semplicemente Ökonomie.

Va da sé che queste modifiche di vocabolario non stanno ad indicare semplicemente cambiamenti terminologici, ma che al contrario testimoniano, anche, di concezioni diverse di ciò che, per noi, è semplicemente ‘attività economica’.

Comunque, è facile vedere che possiamo raccogliere i diversi nomi usati, in due classi: la prima (C1) – che comprende i tre termini –Volksökonomie, Nationalökonomie, Politischeökonomie.

Il che significa che, giusta C1, quella economica non è un’attività a sé stante, perché sempre –in qualche modo- relazionata, connessa all’insieme delle attività, che definiscono un popolo, una nazione, una società.

La seconda classe invece (C2) comprende un solo termine, vale a dire,  implica la concezione per cui quella economica è essenzialmente un’attività a sé stante, dotata di proprie regole e leggi, tanto più chiare, quanto più siano liberate da abusive, perchè estranee, intromissioni, che provengano dagli altri piani delle vita sociale.

Recentemente è un autore tedesco, che si è occupato di argomenti, assai utili per il nostro scopo, ovvero per precisare il senso delle varie espressioni, storicamente usate, per indicare.

Il professor Schneider –sottolinea il nostro autore- ha così cercato di definire i confini dellaNationalökonomie:   (Kramm, Politischeökonomie, Mϋnchen, 1979: 11). Kramm cita, anche, la definizione proposta da R. Richter: l’economia (Volkswirtschaftslehre = la scienza dell’economia del popolo) corrisponde allo stadio, in cui uomini o società di uomini debbono prendere decisioni, che riguardano l’uso di risorse scarse, allo scopo di produrre nel tempo beni diversi e per distribuirli, ora e in futuro, perché siano usati da uomini e gruppi sociali diversi.”; senonché –come nota lo stesso Kramm- termini come mezzo, bisogno, desiderio, risorsa, bene,- ricevono significati –sia personalmente che storicamente- quanto mai diversi e, dunque, non son capaci –da soli- di chiarire cosa significhi . (Kramm, op.cit.: 11s).

Per rendere il quadro più complesso, alcuni sostengono che l’economia è, in sostanza, scienza politica, mentre altri sostengono che la scienza politica deve esser riconosciuta come una parte dell’economia. (Kramm, op.cit.: 12).
In epoca illuministica, J.J. Rousseau usò il termine , nel suo scritto per l’Enciclopedia :in tale scritto, ha un significato interno all’orizzonte economico, allora dominante, ovvero   l’orizzonte delmercantilismo – l’ economia, secondo Rousseau. costituisce una parte dell’arte di governo ed è sottoposta alle regole della politica (Kramm, op. cit.: 21).

Il processo di emancipazione dell‘economia dalla politica e, dunque, il suo cominciare a divenire un’Einzelwissenschaft (scienza particolare), si può far partire dal 1767, ovvero, dalla pubblicazione dell’Inquiry into the Principles of Political Economy di James Steuart. (Kramm : 21); resta comunque questo il punto di vista di Steuart: ciò che l’economia significa per la famiglia, lo significa l’economia politica per lo Stato. Per Steuart è ancora vero che la politica comanda l’economia.

Senonché le turbolenze religiose, in particolare, che dettero luogo a guerre e stermini di vasta portata, fecero in modo che la teoria politica –segnatamente con Machiavelli e con Hobbes- assegnasse allo Stato solo la fondamentale funzione di garante della pace e della sicurezza, interne alla comunità – non, dunque, l’economia funzionale al raggiungimento di finalità, fissate dallo Stato in quanto massima assise degli scopi socialmente posti e riconosciuti. Ma sì, al contrario, lo Stato come garante del libero e pacifico svolgersi delle attività economiche.

Marx si colloca all’interno di questa tradizione: anche per lui, -così interpreta Kremm- il potere politico non è fenomeno a se stante, ma sì funzione dello sviluppo socio-economico: la politica, per Marx, è un fenomeno sovrastrutturale, che corrisponde alla fase dello sviluppo dei rapporti di produzione ed alla struttura di classe. (Kremm, op.cit.: 28).

Non interessa in questa sede valutare quanto correttamente Kremm interpreti la posizione di Marx. Ciò che interessa, piuttosto, è cercar di comprendere quali ambiguità si celino in quella, che abbiamo chiamato C1, ovvero nel momento, in cui si afferma l’economia come parte di un insieme sociale, dato dalla politica, dalla morale, dal diritto, dall’ideologia.

Il concetto di politica, specifica Kremm, va oltre i limiti di un impegno classificatorio del reale, quando abbia la pretesa di indicare un determinato ordine di beni, ritenuti necessari, se è l’autorealizzazione dell’uomo, che si deve ottenere. (Kremm, op.cit.: 26b) – in questo senso è  vero che Platone ed Aristotele sono i fondatori della scienza della politica.

Non è difficile comprendere che, in questa prospettiva, se ciò che ci si presenta immediatamente è una totalità politico-sociale, esaminando la cosa con una maggiore attenzione, cogliamo che questa totalità è costituita da dimensioni diverse di esperienza (politica, economica, sociale, etc.), le quali risultano semplicemente accostate l’una all’altra – c’è una dimensione propriamente politica, che coesiste (e a volte si intreccia) con una dimensione, economica, giuridica, ideologica, etc.

In altre parole, ciò che manca è l’analisi del come la dimensione politica si intrecci con quella economica e con le altre dimensioni. Mutando l’angolazione, non  si riesce a comprendere lanecessità (nella misura, in cui è lecito usate questo termine, in ambito storico-sociale) dell’intreccio politica/economia: ciò che si vede è, al contrario, il puro e semplice fatto del loro intrecciarsi. Ed in effetti esistono due modi di intendere la relazione fra due realtà diverse, poniamo tra A e B.

O A e B si trovano ad essere in una qualche forma di contatto - ma potrebbero con egual diritto anche non farlo - ed in questo caso la loro relazione, quale che ne sia la forma non fuoriesce dalla dominio della casualità.

Oppure, è nello sviluppo stesso di A (o di B), che trova le proprie radici la loro relazione –che a questo punto non è qualcosa di casuale, ma sì di necessario (nella misura, in cui –ripetiamo- questo termine è usabile, quando si tratti di eventi storico-sociali).

Pur non entrando nei complessi meandri di giustificazione della cosa, mi si consenta di indicare la prima forma di relazione –quella all’insegna della casualità – come relazione intellettualistica, mentre con relazione dialettica indico l’altra forma di relazione.

L’essenziale caratteristica di quest’ultima sta nel fatto che il suo relazionarsi con gli altri livelli dell’insieme sociale non avviene per caso, ma sì per la stessa dinamica di sviluppo della ‘cosa stessa’ –ovvero, la relazione AB, poniamo, deriva dallo svolgimento, che è proprio dell’elemento A.

Perché la relazione dialettica riesce laddove fallisce quella intellettualistica?

Il fatto è che quanto caratterizza la relazione intellettualistica è l’assumere i termini, che vanno relazionati, come essenzialmente non solo diversi, ma distinti, separati l’un dall’altro. Dato questo punto di partenza, risulta poi impossibile relazionare i termini, se non esteriormente, non dunque per la loro stessa essenza.

Al contrario, la relazione dialettica può riuscire nell’obiettivo, ma perché l’oggetto, che essa considera, non è più quello, che la relazione intellettualistica assume come tale.
In altre parole, se assumo politica, economia, ideologie etc., come dimensioni che, fin da subito, si danno separatamente l’un dall’altra, allora la successiva loro relazione avrà le caratteristiche dellacasualità (ovvero, potrebbe anche non aversi) e dell’ esteriorità.

Ma se, al contrario, l’oggetto dell’analisi sarà, fin dalla partenza, un insieme multidimensionale, allora stabilire le relazioni tra i suoi diversi fattori non significherà altro, se non svolgerne le possibilitàcombinatorie. In  altri termini, le relazioni possibili tra gli elementi, che compongono l’insieme iniziale, significheranno semplicemente porne in luce le differenti reali possibilità.

Ed in effetti il passaggio da una concezione intellettualistica dei molteplici livelli della società, ad una invece dialettica, comporta quel mutamento d’ ‘oggetto’, che abbiamo detto: in altre parole, la prospettiva dialettica non si pone la questione dei rapporti tra politica, economia, ideologia etc., ma sì quella delle forme storicamente possibili della formazione economico-sociale.

Come si vede, vale quanto dicevamo: il passaggio dalla prospettiva intellettualistica a quella dialettica comporta un mutamento d’ ‘oggetto’, il quale, proprio perché fin da subito multidimensionale, è il dominio di relazioni intrinseche ai vari livelli, per quanto storicamente mutevoli.

A chiusura di queste brevi note, citiamo il capitolo sull’economia politica, che Marx scrisse per il libroAnti-Dühring di F. Engels.

“Le condizioni, nelle quali gli uomini producono e scambiano, mutano da paese a paese ed, in ogni paese, di generazione in generazioni. Dunque, l’economia politica non può essere la stessa per tutti i paesi e per tutte le epoche storiche. Chi volesse sottoporre l’economia politica della Terra del Fuoco alle stesse leggi, che valgono per l’odierna Inghilterra, è del tutto chiaro che non arriverebbe ad altro, se non a piatti luoghi comuni. L’economia politica è perciò essenzialmente una scienza storica. Essa tratta un materiale storico, vale a dire mutevole; essa indaga dapprima le leggi particolari di ogni singola fase di sviluppo della produzione e dello scambio e, solo in conclusione di questa ricerca, possono presentarsi le poche leggi del tutto universali, che hanno valore per la produzione e lo scambio in generale. Da ciò risulta con evidenza  che le leggi valide per determinati modi di produzione e forme di scambio hanno valore anche per tutti i periodi storici, che hanno in comune quei modi di produzione e quelle forme di scambio. Con il modo  di produzione e di scambio di un società storicamente determinata; con i presupposti storici di questa società è dato contemporaneamente, anche, il modo della divisione del prodotto. L’introduzione della moneta metallica comporta, anche, il rovesciamento del precedente modo di divisione del prodotto del lavoro; con la squilibrata forma di divisione del prodotto, fanno la loro comparsa le differenze di classe e dello Stato, garante anche con la violenza del dominio di classe. La divisione del prodotto non è risultato meramente passivo del modo di produzione e di scambio, poiché si ripercuote attivamente su di essi. La ripartizione del prodotto genera i Vermögenunterschiede (differenze di possibilità economica). La società  capitalistica ha prodotto la polarizzazione della ricchezza e della povertà.
Fino a[-1]  che un modo di produzione si trova nella fase ascendente del suo sviluppo, lo esaltano anche quelli, che dal corrispondente modo di suddivisione del prodotto ricavano ben poco. Come è successo con gli operai inglesi all’ingresso della grande industria. Analogamente, fin quando un modo di produzione costituisce la normalità sociale, domina tranquillamente insieme al suo modo di distribuzione del risultato del lavoro e quando si levano critiche contro di esso, si tratta di critiche, che nascono dal grembo stesso della classe dirigente (Saint-Simon, Fourier, Owen), senza che se ne abbia un’eco tra gli sfruttati… Quando le condizioni del suo esserci sono in gran parte scomparse e il suo successore già batte alla porta, allora la disuguale divisione del prodotto appare ingiusta – ma questo appello alla morale non ci aiuta minimamente, da un punto di vista scientifico. La scienza economica (die ökonomiche Wissenschaft) non può vedere nell’indignazione morale, per quanto sia giustificata, nessuna prova, ma solo un sintomo. Suo compito è piuttosto vedere nell’emergente malessere sociale una conseguenza necessaria del modo di produzione imperante, ma anche contemporaneamente cogliere il segno dell’avvicinarsi della sua dissoluzione. L’economia politica come la scienza delle condizioni e delle forme, in cui producono e scambiano le diverse società umane ed in base alle quali vengono suddivisi i prodotti; l’economia politica, concepita in questa estensione, deve tuttavia ancora esser costruita. Ciò che fino ad ora impariamo dalla scienza economica si limita alla genesi ed allo sviluppo del modo capitalistico di produzione. Questa scienza comincia con la critica dei resti delle forme feudali di produzione e scambio, dimostra la necessità della loro sostituzione con le forme capitalistiche; sviluppa poi, nel loro lato positivo –ovvero nel loro corrispondere alle finalità sociali-, le leggi del modo capitalistico di produzione e delle corrispondenti forme di scambio; questa stessa scienza si chiude infine alla critica socialistica del modo di produzione capitalistico, ovvero con la esposizione delle sue leggi, ma dal loro lato negativo e, dunque, con la dimostrazione che questo stesso modo di produzione, in forza delle sue proprie leggi, raggiunge quel punto, che lo rende impossibile. Questa critica mostra che le forme capitalistiche di produzione e di scambio divengono sempre più una catena per la produzione stessa; che il modo di distribuzione, condizionato necessariamente da quelle forme, ha prodotto una condizione d classe, che diviene giorno per giorno sempre più intollerabile [la polarizzazione povertà/ricchezza] ed, infine, che all’interno del modo capitalistico di produzione si produce una massa di forze produttive, che da quello non sono più addomesticabili."

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 [-1]Mentre Hegel fa derivare la totalità dallo sviluppo delle categorie logiche (per cui la sua totalità è sempre totalità logica, per quanto nutrita sia di eventi storici), per Marx il problema è mostrare come si formano le categorie economico-sociale, come si sviluppano e intrecciano, le contraddizioni che presuppongono e che ad un dato momento faranno cadere quelle totalità storico-economia, di cui è il discorso. Le movenze dello sviluppo storico, quale Marx l’intende, sono le stesse –almeno nella sostanza- del processo di sviluppo, disegnato da Hegel per le categorie logiche (ricorda, però, che queste categorie logiche, in verità, sono logico-storiche. 


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